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Non conoscevo
Flannery OConnor, fino a poco tempo fa ne ignoravo lesistenza.
Conoscevo però, e più che altro per affinità ortopediche,
Frida Kalho. Due donne forti, Frida (1907- 1957) e Flannery (1925-1964),
due signore fragili, quasi contemporanee, stesso continente, una messicana
e laltra della Georgia.
Diverse e simili, entrambe hanno vissuto in un corpo malato, conoscevano
la convivenza con il dolore, la gestione quotidiana delle forze, entrambe
avevano con il dolore un rapporto materno. Scrivevano, disegnavano, mettevano
da parte le idee per i momenti di quiete, quando il dolore saddormenta,
fa il sonnellino, e come le mamme stavano ben attente a non svegliarlo
bruscamente, a non innervosirlo. I racconti della signora Flannery sono
come i retablo di Frida: cose piccole, che si possono pensare a pezzi,
che si possono programmare, per contenere lemozione che eccita e
risveglia il male. Disegni e racconti, intensi, belli e sconvolgenti.
Una allevava i pavoni e gioiva per le loro splendide ruote, laltra
con le piume colorate degli uccelli tropicali si acconciava in modo strabiliante.
Si dice che avessero una risata scrosciante, tragica, paradossale, entrambe
amavano rappresentarsi ma il loro pubblico era diverso: una recitava per
Dio, laltra per lUomo.
Di Frida ho letto la biografia scritta da Hyden Herrera, uscita nel 1991
e il Diario, autoritratto intimo, presentato da Carlos Fuentes, 1995;
conoscevo il male, né intuivo la portata, il suo rapporto con larte
e con lamore, e anche qui ne intuivo la sofferenza: Estoy sola!
Letture terribili, che affrontavo con circospezione e mi facevano soffrire.
Una bomba coi nastrini, scriveva di lei André Breton,
nastrini, che anche dopo la morte hanno continuato ad ingabbiare la sua
anima, come il più rigido dei busti. Il suo dolore esibito come
un fuoco dartificio mi faceva male: soffrivo sinceramente per lei,
per come si era svolta la sua vita, per lincomprensione della sua
grazia, per la sua solitudine. Mi atterriva lo scempio provocatorio di
sé, il suo mascherato lamento, perpetrato poi un po' da tutti,
anche ora. Pata de palo, gamba di legno, era il soprannome che
si era data e Dolore era il nome del suo fedelissimo cane.
Ehm
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frida
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