OGGETTO/SOGGETTO

 

Cos'è una bandiera? Segno/simbolo di tante cose, una bandiera è comunque un marchio di prodotto. La patria ha i suoi supermercati, come pure le tifoserie. La bandiera americana è il marchio più azzeccato. Stilisticamente non ha concorrenza. Una bandiera è materia di grafici e designer. La pop art la bandiera "a stelle e strisce" l'ha incollata, dipinta e serigrafata su compensati e tele. I fabbricanti di jeans l'hanno cucita su una tasca anteriore del "mitico" pantalone da lavoro. Negli Stati Uniti, la bandiera è il più diffuso elemento d'arredo urbano; da noi una quantità simile di sventolamenti sarebbe una rievocazione storica.
La classe dominante impone la propria cultura, per necessità produttive. L'ha detto un tale che credeva nel paradiso terrestre. Che gli Stati Uniti d'America siano dominanti non c'è alcun dubbio. Una domanda lieve frulla nella testa: ma se la bandiera americana fosse stata a due, tre colori, senza alcuna decorazione (grafica), un po' sempliciotta, sarebbe stata così fortemente "packaging" di tutto? Ho i miei dubbi. Penso, per riflesso, alla bandiera italiana. Quando si festeggiò il centenario dell'unità nazionale (1961) frequentavo le elementari. Mi avevano insegnato l'inno di Mameli (solo la prima parte), in classe cantavamo anche la triste canzone del 24 maggio. E la bandiera era "di tre colori, che è sempre stata la più bella". I colori venivano elencati (non nella canzone) al modo di sempre: bianco, rosso e verde. Le prime volte facevo fatica a sistemarli, questi colori, secondo la sequenza della vera bandiera: il verde sta dalla parte dell'asta, il bianco sta al centro e il rosso per ultimo. C'era da ricordarselo quando si disegnava la bandiera nazionale. Ma una bandiera che si dice in un modo e si fa sventolare in un altro non è già "debole" come segno grafico, che poi deve riassumere il simbolo? Forse sì. I simboli teorici di una bandiera sono forti: patria, nazione, popolo, guerre d'indipendenza, lotta di liberazione, campionati del mondo, olimpiadi. Il museo risorgimentale della mia città l'ho visto per la prima volta con una uscita scolastica. Mi faceva senso la bandiera bruciacchiata (e poi tarlata) dei garibaldini, eroi le cui imprese non erano disegnate nei giornaletti (odierni fumetti). E dire che per una bandiera da alzare c'era chi ammainava la propria vita. Il nostro presidente della Repubblica ce la sta mettendo tutta per farci cantare l'inno a memoria e per ridare ai tre colori una dignità da nazione importante. Qualcun altro, furbescamente, ne ha fatto il marchio di un club e poi è andato al governo.
"O patria mia, perché non rendi poi quel che prometti allor, perché di tanto inganni i figli tuoi?", scriveva il mio più insigne vicino di casa. Ci furono anche i tempi nei quali, dopo una riscossa, "bandiera rossa trionferà". Di questa bandiera si estrapolò il marchio: falce e martello. La perestroika questo marchio l'ha stampato sui profumi e sugli orologi. Non era nato per il merchandising e finì negli archivi. Fu anche il tempo della bandiera anglosassone (difficile da disegnare) stampata sui bicchieri per la birra, in vendita a Carnaby Street. Fu anche il tempo di una bandiera abbastanza "grafica", la cubana. Vinse su di lei il volto del Guevara, santo di un popolo, idolo di più generazioni. Adesso nei cortei c'è la bandiera di un non/stato, la Palestina. Il campionato l'ha vinto la Juventus: bandiere al vento come fosse la Liberazione. Le bandiere delle tifoserie sono le più coinvolgenti (per le tifoserie) perché appartengono anche al corpo: la maglia da gioco ha gli stessi colori, e così pure le sciarpe, i cappelli, i guanti, i fazzoletti, i portafogli, i portachiavi, le borse. Supermercato dell'appartenenza; l'altro (il campione) è il mio "io", perché se vince la squadra "abbiamo vinto noi".
La bandiera italiana è anche un po' incompleta: lo stemma ci va o no? Quello stemma che io ricordo solo nei pacchetti delle sigarette nostrane, tanto da essere più il marchio del monopolio che del Paese tricolore. Di recente, il capo del governo rilascia dichiarazioni alla stampa sotto un cartello da convegno aziendale. C'è il marchio del monopolio, con il logo Repubblica italiana (se non sbaglio). Ricorda la Casa bianca. Manie di grandezza?
La nostra bandiera tricolore non è mai stata un marchio, come lo è invece la bandiera americana. Tant'è che il "made in Italy" è uno slogan commerciale senza immagine.
La bandiera europea è semplice, però è più marchio industriale che bandiera: corona di tredici stelle gialle (da aggiornare, perché gli Stati sono quindici) su fondo blu, com'è noto. Leggo sul Corriere della Sera che vogliono cambiarla: bandiera a righe, come un codice a barre a colori. Stiamo aggiornando i registratori di cassa del mercato globale.
"Scusi, per il reparto delle grandi emozioni, tipo dio, patria e famiglia?" In fondo a destra, e poi alla cassa.
Ora ho un motivetto che ronza nelle orecchie: "Sul ponte sventola bandiera bianca, sul ponte sventola bandiera bianca". Ci siamo arresi? No, no. Abbiamo portato i pennarelli e il cotone è di buona fattura. Cominciamo a colorare qualche altra e diversa emozione?

Massimo De Nardo

 


Mappa, 1972-1973 (ricamo • cm. 162 x 214) - Alighiero Boetti