|
Le vite
(nel senso della vita, al plurale) capita che vengano riassunte in una
sola pagina di giornale. Su un lato della pagina c'è la vita
povera, disgraziata, drammatica di chi non ha nulla, e se ha qualcosa
questa è una malattia; dall'altro lato c'è la ricchezza,
il benessere, la salute. Combinazione vuole che in una pagina dell'Espresso
siano capitate due foto, una di reportage, l'altra di pubblicità.
La foto di reportage ci mostra una donna vestita di stracci, con un
bambino in braccio, dentro una abitazione scavata in un qualche posto.
La didascalia ci informa: è una donna etiope malata di malaria,
che vive nella regione di Zukuala, insieme al nipotino denutrito. La
foto pubblicitaria, in bianco e nero, ci mostra dei giovani ben vestiti.
Le uniche parole scritte sono il nome del famoso stilista e gli indirizzi
dell'azienda che produce gli abiti per conto della griffe. La pubblicità
della moda è sempre avara di parole, ma ti suggerisce di non
esserlo nello shopping.
Il confronto di queste vite è un risultato che beffardo è
dire poco. Il mondo è bello perché è vario, si
diceva un tempo. Poi qualcuno ha corretto con "il mondo è
bello perché è avariato". Ma siamo sempre nel gioco
delle parole. Il mondo è comunque avariato, senza essere bello.
Il mondo come umanità, perché il pianeta Terra va di suo,
secondo leggi di natura che non sono né buone né cattive.
Inutile prendersela con il big bang. Invece, la povertà/malattia
e la ricchezza/benessere sono un affare nostro. Qualcuno ha detto: "fermate
il mondo, voglio scendere". Noi invece vogliamo prendere posto
in scompartimenti senza classe (non nel senso della raffinatezza, ma
dell'uguaglianza) e farla con più comodità questa strana
rotazione dell'esistenza.
Ogni tanto, la combinazione delle vite su un rotocalco deprime e indigna.
Ogni tanto, per combinazione tipografica. Ogni tanto. Qualche pagina
più in la e siamo già nell'oblio. Cos'è la vita
se non un'edicola?
mdn
|